I percorsi dell’anima: l’Abbazia di Fossanova

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“La luce del rosone sospende il mio animo, che si apre nelle volte silenziose. Si innalza verso il vertice di pace. Il mio pensiero si fa umile e nudo, come la pietra”

(Gandhi)

Fra i numerosi tesori architettonici e storici conservati nella provincia di Latina, spicca per sobrietà una perla rara: l’Abbazia di Fossanova, il più fulgido esempio dell’architettura cistercense in Italia. La sua bellezza e il suo fascino risiedono nel messaggio spirituale che ancora oggi, a distanza di secoli, è possibile percepire fra le sue mura.

Percorrendo la galleria orientale del Chiostro il tempo sembra fermarsi. Nonostante il frastuono provocato dalle voci delle centinaia di turisti che ogni giorno visitano il monumento, la luce che filtra pallidamente attraverso le vetrate opache, l’essenzialità delle linee, il rigore e la purezza di ogni dettaglio infondono un senso di pace, di serenità e al tempo stesso di potenza, di vigore. È quasi un’esperienza mistica.

Il complesso in origine era un monastero benedettino: Santa Maria di Fossanova. Si trattava di una semplice costruzione in legno, di cui oramai non v’è più traccia, che sorgeva nei pressi della villa di Settimio Severo(1). La data di acquisizione della comunità da parte dell’Ordine Cistercense è da situarsi fra il 1134 e il 1135, quando Innocenzo II donò il territorio non all’ordine bensì a San Bernardo in persona, come segno di gratitudine per l’operato di questi nella delicata questione dello scisma causato dall’antipapa Anacleto II.

Fossanova sorgeva in un punto propizio alla diffusione dei cistercensi in Italia. Era l’avamposto ideale per vigilare sulla sicurezza politica e spirituale del papato, sorgendo a pochi chilometri da Roma, e al tempo stesso per iniziare una penetrazione capillare nel Regno di Sicilia, essendo situato lungo la strada Marittima, che dalla Via Appia conduceva a Terracina. Inoltre nelle vicinanze erano presenti due postazioni dei Templari: a Terracina, dove si prestava assistenza ai lebbrosi, e a San Felice Circeo, per difendere la costa dalle incursioni dei barbareschi. Dati i rapporti strettissimi fra San Bernardo e i Templari, difficilmente l’arrivo simultaneo dei due ordini nello stesso territorio può essere considerato frutto della casualità.(2)

I lavori di costruzione della chiesa furono avviati presumibilmente nel 1163, e si protrassero per numerosi anni. Fu infatti Innocenzo III a consacrarla il 19 giugno del 1208, quarant’anni dopo. Secondo alcuni studiosi l’erezione del monastero fu voluta dai conti d’Aquino. Questo spiegherebbe l’ospitalità offerta dai cistercensi a San Tommaso quando, inviato da Papa Gregorio X al Concilio di Lione, dopo aver fatto una sosta a Maenza, per far visita a sua nipote Francesca d’Aquino, moglie di Annibale da Ceccano, signore di Maenza, si ammalò gravemente. Il Santo trascorse i suoi ultimi giorni in una stanzetta della foresteria, leggendo ai monaci il Cantico dei Cantici, fino all’alba del 7 marzo del 1274, quando si spense. Un bassorilievo commemorativo, della scuola del Bernini, o dell’Algardi, venne posto nella stanzetta attorno al 1632, per volere dell’allora abate commendatario, il cardinale Francesco Barberini.

Prima dell’arrivo dei cistercensi Fossanova era una landa desolata, in stato di abbandono e disabitata. Il territorio circostante si presentava paludoso, insano, infestato dalla malaria, a causa delle dune quaternarie costiere che impedivano il deflusso delle acque verso il mare. Il nome deriva infatti da un nuovo canale per il drenaggio delle acque, fossa-nova, costruito dai monaci in prossimità dell’abbazia. Erano muratori, manovali, scalpellini questi monaci cistercensi e il loro desiderio di allontanarsi dal clamore e dal chiasso della mondanità, per pregare in solitudine e ricongiungersi a Dio in maniera autentica, li portava a prediligere proprio i territori più impervi e lontani dai centri abitati.

Non era dunque facile reperire artigiani e maestranze che possedessero le conoscenze tecniche e architettoniche necessarie per realizzare i loro progetti.(3) Perché non si trattava semplicemente di erigere una chiesa. “L’architettura è per i ‘Monaci Bianchi’ il loro manifesto culturale e spirituale“.(4)

Indipendentemente dal periodo di fondazione e dal luogo in cui furono costruiti, tutti i complessi monastici eretti da questi monaci architetti, presentano, con varianti minime, la stessa pianta, lo stesso ordine nella dislocazione degli ambienti, rispondono tutti alle medesime regole costruttive, mostrano tutti identici elementi architettonici. I cistercensi hanno trasfuso nell’interpretazione dello spazio, della luce, della purezza estetica il loro modo di concepire Dio, la vita monastica e la fede.

I cistercensi attendevano il ritorno di Dio, il momento in cui gli uomini pii e retti si sarebbero finalmente ricongiunti al Padre e avrebbero soggiornato nella sua dimora: la Gerusalemme Celeste descritta dal Libro dell’Apocalisse di Giovanni. I loro monasteri erano dunque il luogo dell’attesa in cui prepararsi all’incontro con Dio, in cui emendare le proprie colpe, allontanandosi dal peccato, dalla cupidigia, dalla lussuria, e intraprendere un cammino ascetico di purificazione.

Esistono i fondamenti teorico-scritturistici per avanzare l’ipotesi di un concreto parallelismo tra la struttura architettonica di un monastero cistercense e la descrizione biblica, prendendo come denominatore comune i numeri, le misure e le figure geometriche presenti nella descrizione giovannea della Gerusalemme Celeste“.(5) L’abbazia di Fossanova rappresenta la realizzazione più alta di questo progetto. Nel complesso monastico sono riscontrabili tutti i contenuti, le misure, i numeri e la simbologia ripresi dai monaci dell’ordine per attuare in terra i progetti divini della creazione. Si possono rintracciare numerose corrispondenze, a partire da quelle numeriche. Tutta l’architettura è caratterizzata dalla ricorrenza dei numeri tre, quattro, dodici e dei loro multipli.

Il numero tre è il numero perfetto, il numero di Dio, simbolo della trinità e della trascendenza, rappresentato dal triangolo. Il numero quattro invece riporta alla stabilità, all’immanenza della creazione. È la parola di Dio espressa nei Vangeli, nei quattro fiumi dell’Eden, nelle quattro virtù cardinali, ma anche nei quattro punti cardinali e negli elementi della creazione: aria, acqua, terra e fuoco. Il dodici, prodotto di tre e quattro, con i suoi multipli, simbolo delle dodici tribù d’Israele, è poi alla base della pianta quadrangolare della Gerusalemme Celeste, riprodotta in maniera modulare nella pianta bernardina chiaramente visibile a Fossanova.

Se si vuole davvero comprendere la profondità del messaggio lasciato nella disposizione delle pietre di questo straordinario complesso monastico non si dovrebbe visitare l’abbazia partendo dalla chiesa, bensì seguendo un ben preciso percorso, quello previsto dai costruttori, che hanno tracciato con accuratezza un cammino di progressivo distacco dal mondo e di avvicinamento a Dio.

Quando si entra per la prima volta in un’abbazia cistercense, la caratteristica che attrae subito l’attenzione è l’assoluta semplicità: la struttura è scarnificata, ridotta all’essenziale, Non ci sono ornati, né decori, non sono presenti bassorilievi, affreschi, mosaici, né caratteri stilistici singolari. Domina la sobrietà, la purezza delle linee, sulle quali lo sguardo scivola senza soffermarsi, in un equilibrio e un’armonia che inducono la mente ad elevarsi verso riflessioni più profonde che astraggono dal mero dato sensibile.

All’esterno del monastero erano situati i campi coltivati, i pascoli, le grange, la foresteria e l’infermeria. Il primo e unico punto di contatto con il mondo esterno era il lato ovest, quello dei conversi, cioè coloro i quali, pur vivendo nel convento e condividendo con i monaci il medesimo cammino, non avevano formulato i voti. Qui erano collocati il dispensarium (1), il dormitorio dei conversi e il loro refettorio (2). L’occidente è infatti il lato del tramonto, della mondanità, della bramosia della carne, dell’anima non ancora illuminata dalla parola di Dio. È il primo passo del cammino, quello che guarda verso il sorgere del sole, quello dell’amore per il prossimo. A causa dei numerosi interventi apportati al complesso di Fossanova nel corso dei secoli, questo lato risulta profondamente modificato e l’unica traccia dell’originaria funzione di questo lato è un’apertura passa-vivande sul muro occidentale della cucina.

Sulla galleria meridionale invece si aprivano gli accessi a diversi locali: la cucina (3), il refettorio dei monaci (4) e il calefactorium (5). Sorgeva a meridione perché le attività relative potevano essere svolte solo alla luce del sole. Guardava a nord, verso l’oscurità, per rammentare che il corpo e la mondanità distoglievano l’anima da Dio per condurla verso un abisso freddo e tenebroso. Era il lato del disprezzo per il mondo. Si consiglia ai visitatori di prestare attenzione a tre elementi essenziali: i simboli tracciati accanto alla porta del refettorio, il pulpito all’interno del refettorio, dal quale si leggevano le sacre scritture durante i momenti nei quali si consumavano i pasti e infine le colonnine dell’intera galleria meridionale, una completamente diversa dall’altra, a simboleggiare proprio la molteplicità disorientante dei sensi.

Dal lato orientale della galleria si accedeva ai locali in cui si svolgeva la vita cenobitica in senso stretto: la sala dei monaci (6), l’auditorium (7), la Sala Capitolare (8), l’armarium (9) e, al piano superiore, il dormitorio dei monaci. Era il lato del disprezzo per se stessi. Guardava ad ovest, verso il mondo, le sue tentazioni e i suoi peccati, dai quali era necessario mondarsi per non perdersi nell’oscurità. Il locale più importante dei complessi monastici cistercensi, escludendo ovviamente la chiesa, si apre proprio su questo lato. Si tratta della Sala Capitolare, collocata sempre al di sotto del piano di calpestio. Qui fra le altre cose si confessavano di fronte alla comunità i peccati e si faceva penitenza: si scendeva verso l’oscurità appesantiti dalla colpa e si risaliva purificati verso la luce. Da notare, accanto all’entrata, la raffigurazione del nodo di Salomone, simbolo templare, le due colonne portanti della sala, circondate ciascuna da otto colonnine minori, a rappresentare simbolicamente la coesione della comunità attorno alla figura dell’abate, che i sue pilastri incorniciano visivamente, accentrando lo sguardo proprio sul punto in cui questi sedeva, e ai piedi del quale era collocata, a perenne monito, la lastra tombale degli abati, che in questa sala trovavano la loro estrema dimora.

Il lato settentrionale del chiostro ospita invece due sole porte, una destinata ai conversi, l’altra ai monaci, che conducono entrambe all’interno della Chiesa (10), il punto di arrivo dell’intero percorso. È il tempio di Dio il luogo dell’incontro e del ricongiungimento. La chiesa sorge sempre a nord, per ragioni pratiche e spirituali. Essendo l’edificio più alto del complesso, non avrebbe oscurato gli altri locali con la propria ombra e al contempo avrebbe riparato l’abbazia dai venti freddi di tramontana. Ma il nord è anche il lato delle tenebre, dell’oscurità, del non essere, dell’eterno oblio dell’anima non illuminata dalla parola vivifica di Dio. Solo dopo essersi liberati dal peso del mondo e aver riabbracciato il Padre si può volgere lo sguardo verso meridione e ammirare lo splendore della luce divina e dell’infinito amore di Dio. Dettagli significativi da non perdere visitando la chiesa sono: la scala dell’ora prima, che metteva in comunicazione diretta con il dormitorio, consentendo ai monaci di raggiungere agevolmente la chiesa nel cuore della notte per l’officio divino, l’iscrizione posta sul settimo pilastro della chiesa, che attesta il restauro dell’altare maggiore ad opera del Cardinale Pietro Aldobrandini nel 1595, ma soprattutto la Porta dei Morti, nel transetto sinistro, che conduceva al cimitero, dove il cerchio si chiudeva, il monaco perdeva ogni traccia della sua umanità e poteva accedere finalmente alla Gerusalemme Celeste in cielo. Su questa porta un affresco, di epoca tarda, Il trionfo della Morte, celebra la pietosa mietitrice.

Le mura dell’Abbazia di Fossanova narrano una storia che merita di essere ascoltata. Le sue pietre parlano di sacrifici, di promesse di pace eterna e di felicità. Chiunque sappia fermarsi, ed ascoltare in silenzio, potrà udirle.

Si ringrazia sentitamente Stefano Del Monte per aver concesso, limitatamente a questo articolo, l’uso di alcune sue fotografie particolarmente suggestive ed evocative. A chi volesse ammirare altri scatti di questo straordinario fotografo pontino si suggerisce di visitare il suo profilo Instagram @ste.delmonte.

LINK UTILI:

Per informazioni sugli orari e sulle modalità delle visite guidate e sul museo Medievale di Fossanova http://www.abbaziadifossanova.it/ive/visite-guidate/

Dal settembre del 2017 il complesso abbaziale viene gestito dall’Istituto del Verbo Incarnato, per scoprire la complessa spiritualità, l’opera di evangelizzazione culturale e le finalità dell’Istituto http://ive.org/it

Note:

(1) Bedini B.G., Le abbazie cistercensi d’Italia (sec. XII – XIV), Casamari, 1987, p.19.

(2) Bianchini A., L’Abbazia di Fossanova, Latina, 1976. p.20.

(3) Mannino F., I monaci architetti, in “Uomo e società: arte, mestieri, professioni”, Atti del II Convegno di studi storici sul territorio della provincia, Latina, 1992, p.60.

(4) Viti G., Architettura Cistercense, Firenze, 1994, p.101.

(5) Viti G., Il codice progettuale della Gerusalemme Celeste nelle abbazie di Fossanova e Valvisciolo, in “Il monachesimo cistercense nella Marittima medievale. Storia e arte”, Atti del convegno, Abbazie di Fossanova e Valvisciolo, 24 – 25 settembre 1999, Ediz. Casamari, Frosinone, 2002, p.329.

Laura Longo

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